Non credere.
Non credere. A tutti quelli che ti dicono di “non smettere di sognare”, che ti dicono che si vive di passione, che ti parlano delle loro follie, dei registri bruciati alle medie, e ripetono: “Che tipo che ero…” con orgoglio. Non credere, a quelli che ti chiamano “bambina” e ti regalano qualsiasi oggetto che sia rosa, che usano i nomignoli, si permettono pure il “principessina” e tutti i vezzeggiativi esistenti ed inesistenti. Non credere, perché, ecco: sono loro. Sono gli stessi che ad un certo punto della tua vita, quando stai per compiere il tuo minuscolo, personalissimo miracolo, ti dicono: “Ma sei pazzo? Ma comportati da adulto!”. Come si comporta, un adulto? Cosa prevede l’aggettivo “adulto” che io non ho ancora colto? Prevede la rassegnazione, il rapporto simbiotico col divano, la mancanza di pulsione sessuale, la partita che ha perso il Milan nel ’99, il sindaco bastardo che non ti ha asfaltato il metro quadro dell’ingresso, dopo che gli hai portato tutti quei voti? Cosa prevede? Che ad un certo punto finisco di mettere in testa le mollette colorate e tutto ad un tratto ho un posto statale? Che smetto di puntare i piedi e come se nulla fosse divento matura, responsabile, una perfetta madre di famiglia? Erano gli stessi, che a 10 anni si coprivano le orecchie con le coperte, per non sentire i loro genitori urlare perché “non ce la facciamo con uno stipendio” e pensavano, imploravano, si promettevano:”io non voglio diventare grande, io non voglio essere così.”. Erano gli stessi, che la prima volta che hanno pattinato sul ghiaccio, gridavano alla loro mamma: “Mamma vieni! E’ fantastico!” e lei si guardava intorno imbarazzata, lanciava occhiatacce nella loro direzione, e diceva:”Io non posso, sono grande!”. E loro pensavano che era una grande, infinita ed imperdonabile cazzata perdersi quel volo stridente per questa specie di handicap che era la “crescita”. Che non si capisce mai se sei grande o piccolo, ma chi se ne frega di essere o una cosa o l’altra. Chi se ne frega. Io, personalmente, vorrei dare in cambio i miei anni per un quintale di gelato alla stracciatella. E vaffanculo ai wonderbra, ai tailleur, alle parure, agli account, ai promoter, a tutte le stupide cose dai nomi che non sono mai italiani. Evviva i ciccioformaggio, la bua, la cacca, la pipì, il nascondino, e tutte ste stronzate gialle, rosa e celesti che però colmano gli occhi, le mani, la gola. E che mancano agli occhi, alle mani, alla gola. Come figli morti. Come gioie sacrificate alla morte. Come asce, scudi, spade contro la morte. Come tutto ciò che non avrebbe mai ripetuto, per così tante volte, la parola morte.
Luciana Manco
Ph. Gottfried Helnwein
4 Replies to “Non credere.”
M'hai fatto salire le lacrime ai cigli.
Le hai fatte salire all'infante che sono.
E che strilla, punta i piedi e fa i capricci per esserlo. Nonostante tutto.
Un bacio.
Perché te lo sei meritato.
Con tutto il mio cuore.
Come sporcarsi di vita.
Vera.
Grazie. Di cuore.
semplicemente delizioso.