Himalaya

Himalaya

Perdono il tuo addio.

“Vorrei fosse sempre così”, dico, sottovoce, per non svegliarti. Invece sei sveglia e fai un piccolo sorriso: “Anche io.”
Mi metto comodo e ti abbraccio, mi faccio guscio, il mio naso che respira il tropico dei tuoi capelli. Vorrei che l’alba non arrivasse mai.
Invece arriva rapida, col tuo colore, e ci cammina addosso, piano, dai piedi fino alle spalle. “Buongiorno”, sussurro, e non ricordo la mia voce nella tonalità normale.
Ti volti ad occhi chiusi, protendi le labbra, ed io ti bacio. Sto fermo così, in quel contatto, per qualche secondo. Ho bisogno di godere di tutto. So che devo perdonare il tuo addio prima ancora di sentirlo.

L’addio è arrivato, aspettato, come tutti gli addii che lo hanno preceduto. E non erano momenti di stallo, non erano attese, perché tutto ciò che è inspiegabile, che rompe le costole, è un addio. Un addio e nient’altro. Il tuo tornare, quando torni, invece è un miracolo. Un evento. Come il fiorire del giglio gigante sull’Himalaya. E tu forse sai come si vive in un addio, eppure sempre, qui, tu mi esili.

Se è facile raccontare l’amore, non sarà mai facile spiegare il silenzio. Il vuoto brusco che impedisce il volo. Nessuna terra da toccare. Solo la sospensione estrema del tempo. Una serie di risvegli sempre uguali, a contare notifiche, a progettare incontri casuali, a fare paragoni sempre perdenti.
E a chiedersi, soprattutto, cosa rimane.
Cosa rimane, in una testa amata in ogni sua costellazione.
Cosa rimane.

Mangio veloce, non assaporo niente. Evito di mangiare quello che ti piace. Dormo senza sogni, percorrendo il tuo sonno. Come uno spazio infinito che non potrò mai decifrare. E, forse, sotto le tue palpebre, il profumo della mia maglia bianca, il suono del mio tabacco dentro la cartina, i lacci delle mie scarpe consumate. Forse, qualcosa, di me, ti verrà in mente, con quella tenerezza che ti scalda il viso, così duro, sempre, come se ti fosse nemico il mondo. Ma non lo so, e non lo posso sapere, perché anche se chiedo tu mi dai mezze risposte, e mi lasci così, ad interpretare un cenno, che per me è una cattedrale, ma che nel quale, tu, non ci entri neanche con un dito.

E, come vedi, spiegare un addio è davvero da perdenti, è desolante, patetico, ti appiattisce lo sfondo. Come una foto segnaletica, un cartello stradale, un semaforo spento, un lampione rotto. Tutto quello che incontro e riconosco, deturpato, smembrato, privato della poesia, che solo le cose mai raggiungibili possiedono.

Così mi vesto, ogni giorno, tenendo da parte l’abito buono per te, che sei la mia domenica, e faccio il mio lavoro, in questa settimana senza fine, e piano piano provo a raggiungere la cima, per vederti, piccolo giglio, appena nato, diventare gigante.

E vivere senza di me, che sono un ciuffo d’erba, che sono una roccia, che sono la terra tutta, cosa importa, tanto ogni cosa ti fa da scenario, mentre bianca, attesa, rara, mi esci dal sangue brullo e ti dai al mondo, ed io sono l’unico che non può coglierti, perché ti faccio mantenere viva dalle radici.

Luciana Manco
Ph. Anna O.

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