Al centro.

Al centro.

Senti me.
Che le coperte fanno scudo al freddo,
ma d’ovatta incubano le tensioni.
Come fosse un male inanellare parole.
Come se vivere rendesse diafane le guance.
Fare il bucato, stendere i fili e già profumare,
come un sabato mattina alle ore undici.
Senti me.
Urlare voli di capelli sull’angolo buio della strada.
Rossa la mia sciarpa, e profuma di latte e fumo.
E provo tenerezza quando nascondo le unghie sotto i guanti.
Che niente può comprendere il male sulle dita,
come sangue che raggela l’assassino e lo soddisfa.
E più si muove il vuoto nel mio seno,
e più allatto e piango la mia maternità.
Senti me.
Che parlo sempre e solo di me.
Che non ho mai parlato del tuo rifugio.
Che non ho mai parlato dell’intero mondo.
Che solo io esisto,
che solo io resisto.
Che solo in me confido e spingo stracci.
Che mi arrovello e addestro i miei pagliacci.
Li accarezzo e li trafiggo sui fianchi,
in file mobili di geni da condannare.
Perché la mia stupidità è in fregio da indossare.
Tra la spalla che hai baciato
e il costato che hai schiacciato.

Luciana Manco
Ph. Li Hui

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