Un’ape.

Un’ape.

Non si tratta di prendersi cura di qualcuno.
Si tratta di prendersi cura di un tempo, di un tempo alternativo a questo.
Di un noi, che è alla fine di ogni muscolo. Che ci lega elastico, ci trattiene, ci restituisce.
Un noi, che brucia sotto le palpebre, che amplifica la trasparenza, che non protegge dalla luce.
Fissa le forme, occupa i passaggi, rompe le simmetrie.
E tutto intorno si fa vasto, l’asfalto non sente il nostro peso.
Io non vado verso niente. Io qui resto, ancorata e mai ferma, come una nave rubata ai pirati.
Ci chiedono troppo in fretta di scegliere, di scegliere sempre.
Ce lo chiede ogni giorno il risveglio, l’orologio, il barista, il capotreno, il marciapiedi.
E poi che ci rimane, se non il rimpianto dell’alternativa.
Qualcosa che abbia un minimo rilievo nell’arco infinito delle intenzioni.
Poi cosa rimane. Il mondo che punge in un punto preciso, come un’ape.
Un tocco doloroso che si gonfia, che toglie il miele e dà veleno, infetta.
E tutti sbagliamo, ma nessuno, nessuno, nessuno viene perdonato.

Ph. Angie Couple

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