Solo mio.

Solo mio.

Come strisciare sul corpo caldo degli angeli.
Rubarne gli occhi per le mani giocoliere del piacere.
Barare ancora ed invertire le carte.
Sorridere della cattiveria,
delle foglie feroci delle rose.
Sognare per emulazione.
Il ricatto vitreo del francese ottocento.
Eppure accudire alveari di speranze.
Raccogliere le labbra mielate della notte.
Stringere le coperte come fossero abbandoni.
Sentire freddo origliando dietro al muro del purgatorio.
Scavalcando i massi intorno a te, che sono innati.
E guardarti vorticare a mani aperte.
Io ancora di più stringo i pugni.
E tremo di desiderio,
e ansimo,
e bestemmio,
che dal tuo canto e dalla mia bocca è nato l’Arno.
Mentre piccoli passi invisibili tra noi raccontavano l’eterna unione.
E sulle pareti di terra rossa non cresce altro che la mia scia di dolori.
Hai schioccato le dita ed è stato lì che ho respirato
Dopo aver galleggiato per secoli nel silenzio torbido dei miei resti.
Nell’incantevole volo ad iperbole dei miei servi.
Fermo qui, inchiodando chiodi di sussurri,
il mio autunno
sulla mia porta
sul mio polso destro
su ciò che è mio,
che è solo mio,
che mio mai è stato
e che mio è solo l’essere
testardo ed ingrato.

Ph. Sara Lorusso

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