Sete.

Sete.

Come puoi avere sete?
Ho visto nascere da te
la censura eterna degli ulivi.
E silenzi quasi intatti
di un viso palpebra di Dio.
Tutto ti è sembrato indegno,
eppure arretrano i mari
per piangerti d’inverno.
Eppure io ti guardo
e sei un minuto immutabile.
E sei foglia aspra da cui bevo.
E hai sete.
Tu che dimentichi tutto ciò che non venne.
Hai sete.
Che hai la mia bocca da consumare.
Che hai sguardi vasti come sangue
da seminare.
Cosa concedi,
a chi mangia dal tronco del non agire?
Cosa lasci nel cesto azzurro del cielo
per mio figlio?
Un servo, forse.
Ad insegnargli l’indignazione,
che sua madre ha dato
in pasto al gregge.
Vendendosi per quattro soldi al mondo.
Accogliendo richiami.
Perchè.
Perchè erano parte di te.
Perchè tu svanisci come l’odio.
perchè tu giungi senza cammino.
Perchè fai luce.
E fai luce artificiale,
e non c’è nulla di divino.
Non c’è vortice,
non c’è messaggio.
Niente spazio.
Niente eterno.
Solo corpo compiuto e muto.
Che io amo.
Che io amo.
Che disperatamente chiamo,
alterando le notti.
Quale grembo e quale sogno.
Quale bianco.
Riconosci il mio rosso.
Il mio dannato ed effuso rosso.
Che io rifletto a valle la tua lucente assenza.
E hai ancora sete.
L’incredibile ingiustizia
dell’essere pietre.

Ph. Laura Zalenga

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