Mancina.

Mancina.

Basta un piccolo scontro di superfici. L’interruttore delle palpebre che ti accende nelle iridi. Ed eccoti seduta al tavolino di un bar, che scrivi su un quaderno gonfio di disordine. Io che ti guardo e penso che sei nata mancina per continuare la mia mano destra quando sei mio specchio. Sulle tue unghie geografie di continenti neri, sui quali splende il mezzogiorno dei tuoi denti bianchissimi. Mentre sei intenta a fare segni, mordicchiandoti le dita. Ecco, è quello il suono che fai. Dura pochi attimi. Così tanti anni e la colonna sonora più corta che esista.

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