Le prime luci.

Le prime luci.

You spin me round.

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Negli spogliatoi l’aria è sempre così irrespirabile e profumata che mi stordisce. Voci sottili si fondono alle spire di vapore. Tutto sembra provenire da un’altra dimensione. Io finisco di vestirmi, mentre i capelli bagnati sgocciolano sulla mia felpa. Infilo i pattini nello zaino, lo metto sulle spalle ed esco fuori. Il giardino della palestra è coperto dall’arancione denso del tramonto. Tutte le piante sono immobili a bere luce. Io mi appoggio al muretto che mi separa dalla terra rossa, dagli steli fragili, dai semi che si muovono nel fondo, e guardo verso la strada. Tu arrivi, affannata e sorridente, su quella bici troppo grande per te. Pedali in piedi, e sei parte dello scenario, con la tua gonna a fiori e i capelli color crepuscolo. “Sei pronta?” mi chiedi. Ti vengo incontro, coi miei pantaloncini da maschio e i lividi sulle gambe, e salto sulla sella della tua bici gigantesca.

Sbandi per i primi due colpi di pedali, poi voli, e la tua gonna mi salta nella pancia a ogni affondo. Sei in estasi, sei felicissima, ci hanno invitate alla festa più attesa dell’anno, quella che i ragazzi più grandi di noi organizzano in interi pomeriggi, con liste di cose da comprare, elenchi di compilation da registrare, proposte di giochi da fare, tutto per rendere quella serata perfetta, indimenticabile, ineguagliabile. Ed è la prima nostra vera festa, ché abbiamo solo tredici anni, e mai nessuno prima d’ora ci aveva prese tanto sul serio. La casa di Stefano è una villa enorme, e loro ci vivono solo d’estate.

Entriamo da un cancello aperto, e nel cortile è già pieno di gente. La musica esce da casse enormi, sparse un po’ dentro e un po’ fuori casa. Tutte le porte e le finestre sono spalancate. Alcuni fumano sigarette, bevono birra dalle bottiglie, si appartano in coppie per lunghissimi baci, ballano in piedi sui muri a secco. Nella cucina tavoli enormi pieni di cibo che sanno fare solo le mamme, e birra in casse da ventiquattro, impilate sul pavimento. “Prendiamo una birra!” dici, e rompi la scritta fragile sul cartone, con le dita più fragili di lui, che devi fare forza e serrare i denti. Ne estrai due e cerchi l’apribottiglie, stappi e mi guardi come si guardano quelli che fanno i patti di sangue, passandomene una. È schifosamente calda. Solo chi non sa bere birra la tiene fuori dal frigo a maggio. “Vieni, andiamo a ballare!” e corri fuori muovendoti tutta, fai piccoli urletti che seguono la musica, quasi non tocchi coi piedi per terra. “Vado un attimo in bagno”, dico. E rientro in casa. Mi scontro con schiene, spalle, braccia, cammino a caso, senza nessuna meta. Vedo le scale che portano al piano di sopra, le salgo rapida. Intravedo qualcuno dalle porte socchiuse, sento risatine e sussurri, ma vado dritta seguendo il corridoio. In fondo una porta finestra si apre su un balcone enorme. Da lì si vede il retro della casa.

La campagna immensa costellata di ulivi. Mi siedo sul balcone, infilo le gambe nella ringhiera, le dondolo fuori. Guardo davanti a me e mi gira un po’ la testa, ma mi faccio più vicina al vuoto. Mi sento bene, mi sento senza peso. Mi sostengono solo due o tre strisce di ferro. Penso che vorrei tornare a casa, che vorrei stare sul mio letto a scrivere, oppure restare lì su quel balcone per tutto il tempo, non dover tornare in mezzo alla gente. E mentre guardo e penso, il buio cala rapido e acceca, vedo solo a pochi metri adesso, la luce artificiale scopre poco. Ma resto lì. Finisco la birra a piccoli sorsi. “Ma che ci fai lì! Ti ho cercata per tutta la casa!”. Mi volto di scatto, mentre corri nel corridoio verso di me. Ti abbassi e provi a tirarmi via. Ridiamo. Mi prendi per le braccia, mi trascini un po’ indietro, poi ti siedi accanto a me, e mi dici all’orecchio, come fosse un segreto: “Ho scoperto due altalene, sono proprio in mezzo agli alberi, andiamo!”.

Ci alziamo rapide, mi prendi per mano, corri e ti volti, ridi, scendi le scale veloce, passi come un fulmine in mezzo agli altri, io appesa alla tua mano come un’ombra. Imbocchi un piccolo selciato, che porta in mezzo ai millemila ulivi. C’è buio ma la luna ci aiuta, e finalmente intravedo le altalene. L’intreccio di due alberi enormi, e dai rami più grossi le corde e i piccoli sedili di legno. Corro a sedermi e inizio a spingermi forte, finché non sono in volo orizzontale. Tu sali sull’altra e fai lo stesso. Per non so quanti minuti solo il nostro affanno forte e lo strisciare roco di sassolini sotto le suole delle nostre scarpe. E poi a un tratto mi blocco. Puntello i piedi come un doppio sparo. La terra risponde con una nuvola. Davanti e intorno a noi, una dopo l’altra, si accendono luci minuscole. Ti fermi anche tu, perché anche tu le hai viste, e con una voce che non ti ho mai sentito prima, sussurri: “Le lucciole… ”. È la prima volta che le vedo. Io non le avevo mai viste. Te lo dico, e tu rispondi: “Io pure.”. Dondoli di lato, e mi raggiungi. Ti aggrappi alla mia corda con una mano, e con l’altra mi giri verso di te, tirandomi la felpa. Perdiamo l’equilibrio ma lo manteniamo, ridiamo e ci aggrappiamo alle corde, ci teniamo ferme con le gambe. Tu dici “voglio che dondoliamo insieme”.

La tua gamba si infila tra le mie, mi aderisce contro, come il ferro di prima, quello del balcone. La mia gamba spinge tra le tue, la tua gonna sollevata mi copre la coscia. Ci muoviamo per darci la spinta, per dondolarci insieme come vuoi tu, ma si muove tutto e senza un filo di equilibrio. Ci guardiamo e non ridiamo più. Tu dici: “giriamo per intrecciare le corde” e inizio a spingere forte da un lato. Giriamo e facciamo fatica. La tua gamba tra le mie mi fa male. E allora provo ad allontanarmi da te. Ma tu hai un guizzo violento in avanti. Aderisci di nuovo, come un magnete. Giriamo finché le corde ce lo permettono, poi sollevi i piedi, e una forza che risucchia dall’alto stacca i miei da terra. Prendiamo a girare piano, sospese una contro l’altra, il baricentro del mondo il tuo ginocchio spigoloso, sul caldo pulsante che mi fa contrarre la pancia, che mi fa muovere le caviglie.

E tu socchiudi gli occhi mentre ti stringo le mani che stringono le corde, e la mia testa che cade sopra il tuo petto, e le lucciole intorno come scie lentissime di macchine in corsa, in questo mondo che vedo dall’alto, che mi fa piccola e Dio, e tu ti muovi lenta e sei umida come una foglia, come un fiore che dal tuo vestito ha preso vita per nascermi sulla pelle. E mi dici: “dobbiamo girare ancora” e io ancora faccio forza sul fianco, come un mulo che fa lo stesso giro per macinare il grano, ma io ho questo mondo da vedere e rivedere, da ogni angolo, e i lampioncini vivi sulle mie corsie di sorpasso, e il vento dei tuoi respiri che mi risucchia in gallerie e superstrade, impercettibili ed enormi nei nostri peccati capitali appena nati, fregandocene di tutto, finché ci sorregge il ramo, finché ci fanno da leva i corpi.

Luciana Manco
Ph. Natalia Drepina

 

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