Il Danno.

Il Danno.

Abito caverne che chiamo stanze.
E’ la mia vita.
Tetti di carne schiacciano la gola.
Prova tu a ricordarmi il senso,
quando la bussola segna il nord trafiggendo il petto.
Prova tu a restare in bilico.
Quando a destra hai fuoco e a sinistra fiato a spegnerlo.
Completa le parole che ingoi con l’imbarazzo.
Completale con giochi di lussuria, tra dita, lingua, sassi.
Menti anche a me, che credo nelle mani delle crisalidi.
Sfinisci di fumo blu i tuoi polmoni.
Chiudi gli occhi.
Aprili solo quando sarai perso.
Aprili solo quando la rondine starà beccando il vento.
Su strade di curve di grembi freddi conoscerai il danno.
Sorridi ad occhi che non vedi ma che sanno del tuo affanno.
Perché si nasce madri e poi si cresce orfani di figli.
Tu lascia che sia il folle a mostrare gli artigli.
E tendi al genio il pane che hai saziato di metallo.
Ruba il respiro.
Ridammelo.

Ph. Martina Matencio

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