Giallo. – Stazione n°1

Giallo. – Stazione n°1

La stazione è pressoché vuota. C’è molto vento. Il mio biglietto vibra forte tra le mie labbra, come un insetto intrappolato dal non detto, mentre ti cammino accanto, riponendo il portafogli nella borsa.

Ci fermiamo al binario 1, al margine sinistro, ora che vedo lo scenario dall’esterno, ora che ricordo lontanissima quel momento.

Io e te, e una panchina gialla, vuota.
“Ricorda di obliterare”, mi dici, mentre con le punte delle dita allinei il tabacco nella cartina, mettendoti di spalle al vento. Compi gesti ciechi, perché i tuoi capelli ti hanno cancellato gli occhi.

Mi avvicino all’obliteratrice, gialla come la panchina, un colore che in quel momento trovo inappropriato, invadente, spregiudicato. Infilo goffamente il biglietto come una lingua che bacia male, mentre la tua lingua che bacia benissimo passa rapida sulla colla della cartina.

Ti torno vicino, ti guardo senza parlare, vedo il fumo uscire dal tuo naso, mentre ti sposti i capelli bruscamente con la mano. Guardi nel vuoto, all’altezza del mio petto.
“Lasciami due tiri”, ti dico.
Me li lasci, me li passi, indice e medio che strisciano sul mio indice e medio. Il filtrino è umido della tua saliva. Lo porto alle mie labbra socchiuse, aderisco piano per ricalcare il ricordo freschissimo delle tue mucose. Ti guardo. Inspiro più che posso. Trattengo il fumo e vorrei tossire. Ma ingoio aria, ed i miei occhi rispondono con movimenti liquidi, che mi fanno abbassare lo sguardo. Ti restituisco quel che resta della tua sigaretta, non ancora finita, ti lascio l’ultimo tiro dei due tiri che hai contato.
Te lo passo, strisciando dita contro dita, mentre una voce metallica annuncia l’arrivo del mio treno.
Mi guardi. Nei tuoi occhi offuscati di ricci neri colgo un luccichio intermittente di polvere da sparo.
Pollice e medio si schiacciano intorno al filtrino umido della nostra saliva. E lanci non molto lontano il tiro che avrei voluto ti restasse nella gola.
Fai due passi per raggiungere il nostro mozzicone ancora acceso, che arde pieno dell’ossigeno che mi hai tolto, e con la punta del tuo anfibio destro lo schiacci, una, due, tre volte, mentre le luci del treno in arrivo, come occhi di bue, illuminano perfettamente la scena.

E pensi di non aver fatto niente, di non avermi creato alcun danno. Eppure tu, lì, in quel punto, in quella striscia nera di cenere sul cemento, hai bruciato per sempre il mondo. Hai sfregiato per sempre il mondo.

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