Polvere.

Polvere.

… questo è il posto dove non mi sento sola.

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Il blu, il verde e il viola, in una mini galassia sulla tua coscia bianca. Ti trema la mano mentre reggi la brocca, colma, strabordante, e ti versi da bere. Le mie parole ti toccano e vanno via. Le tue labbra sull’orlo sbeccato della tazza. Sei una piantina che sazia la sua sete con una sola goccia.
Do un altro morso alla mia fetta di crostata. Si avvicina il tramonto, la giornata si contrae come un muscolo. Su questo balcone c’è tutto il silenzio che non c’è altrove. La città ha sempre un sottofondo di guerra.
“Io tra poco vado”, dico. Mi accendo una sigaretta col tuo accendino sempre difettoso.
Anche questa notte, giravi la rotella al contrario per ottenere un po’ di polvere di petrina, poi la lasciavi cadere sulla fiamma. “Le scintille, guarda… Le stelle”.

Ci siamo addormentate che era quasi giorno, in una luce inconsistente, l’argento dello specchio che non riflette niente.
E ci siamo svegliate che lo specchio vede doppio, contrastatissimi colori di una realtà che non ricordo.
“Ti chiamo un taxi?”, dici. Come in un film mediocre. “Se sono venuta a piedi, penso di riuscire anche a tornare”, dico con sarcasmo, e spengo la sigaretta.
Mi alzo, prendo la borsa, ci infilo dentro tutto quello che riconosco come mio. Mi metto le scarpe, mi lego i capelli senza cura.

Ti guardo. La mia mente ti unisce a questo sfondo. Sei immobile, ciocche scure svolazzano pigre sul tuo collo. E dentro me, come un disegno divino, ti confermi irrinunciabile. Sacrosanta. Sacra e santa. La verità.
Scendo in strada, l’intensità del traffico è diminuita, quella del freddo è aumentata. Mi infilo la felpa, e tiro su il cappuccio. Sono una profuga, vittima del più grande dei cataclismi. Vago e non cammino, questa città mia è un luogo ostile. Qui dentro le mie mani c’è stata la fine del mondo.

E mentre attivo tutte le mie forze per abbandonare l’universo dei due centimetri quadrati di dolore sulla tua coscia, ti immagino aprirgli la porta, ti immagino saltargli al collo, farti baciare, sollevare, dalle braccia forti di quell’uomo che torna dal lavoro come si torna da una missione, e chiedergli: “È andato bene il viaggio?” e sorridergli come a me tu non sorridi mai, perché io ti porto solo voglia e poi senso di colpa.
Vago e ti vedo, che fai domande e scarti un piccolo regalo, e poi ti siedi bimba sulle sue gambe salde, e gli baci il collo e fai gli occhi dolci, e gli sussurri di portarti in camera. E avrai cambiato le lenzuola, buttato la cenere delle mie sigarette nei rifiuti, fatto una lunga doccia. E ti togli il vestito in un istante. “Mi sei mancato”, e poi lui dentro, che non resiste a tutta quella bellezza che sei, che ti straborda, come l’acqua nella brocca che non reggi, e che non reggo manco io, ché ho le tue braccia, e mai saprei prenderti così, mai saprei essere il doppio del tuo peso sul tuo corpo, mai riuscirei ad aprire il barattolo che non riesci ad aprire, mai riuscirei ad essere degna del tuo progetto, mai potrei fecondarti il ventre in cui io germoglio ogni secondo.

Eppure io ti ho vista madre dei miei figli ai quali ho scelto il nome già in terza elementare, e ti ho vista arrivare all’altare, davanti ad un dio a cui io non credo, per essermi fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e per amarmi e onorarmi tutti i giorni della mia vita.
Sono ridicola, ridicola, e vago e non ricordo dov’è casa mia, mi frugo nella borsa per cercare le sigarette, mi scivola tutto dalle mani, e chiedo ai passanti di accendere, coi loro accendini perfettamente funzionanti senza stelle né scintille, ed elemosino occhi, io, profuga in casa mia, e vorrei chiedere un abbraccio, vorrei essere creduta, vorrei chiedere ad un qualsiasi essere vivente che ora qui mi passa accanto, di convincerti a riprendermi, di convincerti a farmi restare. Di non avere paura. Di non avere paura. Che posso darti tutto quello che tu cerchi, in nuovi modi che vedrai, ti piaceranno, che farò a pugni per te, che mi alzerò di notte se sentirai rumori, che cambierò la lampadina e catturerò il topo che ti fa stare in piedi sulla sedia, e ti cancellerò tutti questi luoghi comuni che ti fanno essere così stupida.
Che non esiste un’altra verità oltre te. Non esiste un’altra verità.

(Starai cenando, ora, starai guardando un film sul divano, la tua testa leggerissima sulla sua spalla.
Sulla mia, invece, tutto il peso di cui mi grava il mondo, di cui sei complice e mandataria, la più crudele delle innocenti. Casa mia è il luogo più lontano che conosca. Un nido costruito su di te).

Luciana Manco
Foto di Neil Craver

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