Piccolo trattato sull’amarti.

Piccolo trattato sull’amarti.

Cosa ho imparato di te.

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Non troverai nessun altro al mondo più preparato di me: tu sei l’argomento in cui brillo. Io sono l’esperto. Ho preso mille lauree, su di te, ho fatto tutti i corsi, gli approfondimenti. Sono stato bocciato, anche, a molti esami, ma li ho ripetuti, prendendo poi la lode. Io ti conosco dall’inizio alla fine, se mai ci fosse, conosco tutte le tue piccole note ai margini. Ed è per questo che io, oggi, ti insegno ad amarti.

Studieremo una tua giornata tipo. Per prima cosa, però, devi liberarti da tutti i pesi morti, dalle rocce che cerchi di levigare con la pazienza. Devi concentrarti solo su di te. Devi vederti.

La tua sveglia suona alle 7:00, ed anche la mia, che però è senza suono, perché io mi sveglio quando tu apri gli occhi. Ti muovi lenta sotto le coperte e fai sospiri di nostalgia per tutti i sogni che non hai ancora fatto, poi ti alzi e vai in bagno. Ti guardi allo specchio, e già controlli se sul tuo viso ci sono nuovi arrivi tra tutti i segni. Al lato dell’occhio sinistro hai quattro piccolissime rughe, due centrali, un po’ più profonde, che sono racconti, e due esterne, più leggere, che sono virgolette al tuo discorso diretto, al tuo modo di dirmi in silenzio quante volte hai sorriso, hai corrugato la fronte, hai stretto lo sguardo sotto il sole troppo forte, hai cercato di vedere al buio.
Non hai mai fatto attenzione alle tue parole incise, le vuoi cancellare tendendole tra indice e medio. Ma senza quella storia che mi ripeti, quando ti guardo, saresti un foglio vuoto, ed io ho bisogno, invece, di portare il segno su di te con le mie dita.
Inizia quindi a lasciare che il tempo ti scriva, perché io ho bisogno di nuovi capitoli, perché mi manca il tuo seguito, la tua evoluzione, il climax infinito che mi porti dentro.
Poi c’è la tua colazione, i biscotti tondi con le gocce di cioccolata, che rompi in due per bagnarli nel caffè. Tutte le bricioline che cadono come in un terremoto di pasta frolla, tu le raccogli con i polpastrelli, le salvi, le fai aggrappare alle tue impronte digitali, e le riponi nella scialuppa della tua lingua calda, per riportarle al loro regno di mezze lune che ti nutrono. Ed è un gesto meccanico, che fai sovrappensiero, senza renderti conto, invece, di quanto questo ti renda attenta al mondo, di quanto questo sia il segno della tua vocazione, che è quella di non scordare niente, di allargarlo di importanza, il niente, tutto ciò che si perde, tutto ciò che frana dalle crepe.

Poi ti vesti, infili la camicia nella gonna, tiri su la cerniera, metti la giacca portando di lato i capelli, e poi li lasci lì, non li costringi ad un movimento, con colpi bruschi della testa. Lasci che siano loro a scegliere dove andare, se restare insieme in un’unica ciocca sul tuo collo, o se fare piccole file e girotondi dietro di te, alle tue spalle, dove tu non puoi vederli. Ed anche in questo dimostri di fidarti, delle tue proiezioni, del tuo presentarti, dell’onestà che confermi quando rinunci alla forma per sposare la grazia.

Esci da casa con calma, perché non sei mai in ritardo, anche se vai incontro ad un lavoro che non ami, che ti costringe a parlare con estranei per ore, che ti impone di essere sempre di buon umore, ma ogni volta che ascolti una nuova voce, immagini un viso, una stanza, l’odore di un pranzo che cuoce in una pentola, la razza del cane che senti abbaiare. La fantasia ti fa scenografa della noia, ti salva e accelera le ore.
Quando torni sei più pallida, sotto gli occhi c’è una piccola sfumatura verde, come se i gioielli che hai negli occhi si fossero sciolti perché di poco valore, per chissà quale liquido corrosivo che sputa in faccia la stanchezza. Allora io, per farti ritornare gli occhi d’oro, ti vengo ad abbracciare e ti porto nel caldo di una tazza, dove puoi assaggiare a piccoli sorsi il piacere del silenzio. Ecco, tu sei questo momento, in cui non ti rendi conto che cambi colore, come un cuore di madreperla immobile, che stupisce di splendore tutto ciò che gli ruota intorno.

Una piccola aurora boreale che si ripete ogni giorno, in un luogo nascosto. Il fatto che non la vedano tutti non la rende meno miracolosa.
Poi metti degli abiti comodi, dei pantaloni larghi sulle ginocchia, mai abbinati con la maglietta. Ti butti sul divano con un tonfo leggerissimo che sembra un soffio, e mi aderisci al fianco, come un pezzo mancante che mi arrotonda e mi fa intero. Vediamo la tv, mangiamo dalle nostre mani senza distinzione tra le mie dita e le tue. Ti avvicino bocconi minuscoli e mi riscaldo le nocche col tuo respiro.
E quando ti addormenti, perché sempre ti addormenti nel bel mezzo di un film, io ti avvolgo in una copertina che ho comprato per te in un negozio che ami, e tu ti stringi come un riccio, sotto quel calore aspettato, ti chiudi intorno al mio braccio, come la mano di un neonato intorno a un dito.
Ed io smetto di muovermi anche se non mi sono mai mosso, quasi trattengo il fiato per non disturbare il tuo sonno, e con una torsione innaturale del collo, ti guardo, con quelle ciglia infinite da cartone animato, mentre la tv ti fa cambiare colore ogni secondo, e faccio esperimenti di telepatia, trovando formule sempre nuove per convincerti del mio amore.

Ma non ho questo potere, perché quando poi ti svegli continui a non sapere cosa sei, per me, per il mondo.
E allora ecco: questa è la mia lezione, la mia dispensa, che possa renderti meno impreparata su di te, che possa farti da guida illustrata sulla tua bellezza, che ti riempia di didascalie che non finirò mai di appuntare, ogni giorno, sulla tua vita, per scrivere la mia.

Luciana Manco.

Ph. Sara Lorusso

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