Lo spazio.

Lo spazio.

Sopravvivere a un incendio.

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Dopo giorni lunghissimi, passati a decifrare la lingua degli altri, quella che conosco da quando sono nata, della quale ho parole di circostanza cucite sulle labbra, la fatica mi ghiaccia gli occhi.
Ho bisogno del tuo silenzio. Che mi chiama in mille modi. Del tuo volto, che spalanca l’angolo cieco del mio.

Per questo vengo a cercarti, come una caccia al tesoro che parte dal tesoro, in casa tua.
Non è facile raggiungerti, attraverso questi sentieri contorti come vene nella terra, ma io ho memorizzato ogni sassolino, ogni piccola pianta selvatica che sbuca dai solchi, ogni ruga sulla corteccia degli alberi.
E mentre mi avvicino, scorgo già, dalla finestra, i contorni della tua schiena nuda, e passo dopo passo prendo atto, di quanto tu sia inafferrabile anche nel tatto, perché niente c’è a cui aggrapparsi, se non te, e la tua pelle.
E guardo i polsini lisi della mia giacca nera, e penso a quanto invece è facile prendere me, per te, staccarmi dalla gruccia dove ti attendo per essere tua in ogni mia piega.

Finalmente ti volti, e mi guardi. In questa distesa di bosco, dove io sono un ramo morto, lasciato qui da chissà quale incendio, e tu sei l’unico che può guarirmi, e ti leggo negli angoli della bocca, lontani, la responsabilità che sai, che ti prendi.

Entro dalla porta aperta, faccio suonare di un suono angelico un luccichio di bastoncini di metallo, appeso sulla mia testa. Sollevo lo sguardo un istante, poi ritorno nel tuo. Cerco con la mente le linee del percorso più breve, per arrivare dall’altra parte della stanza, che sembra per me, adesso, l’altra parte del mondo, e mi muovo imitando quello che sarà stato il tuo passo, per quei pochi metri che divide l’uscio dal vetro che ti fa da sfondo, e senza capire come, dove, quando, incontro le tue braccia, e mi ci appendo come un frutto.
E in quell’istante esatto, nel quale io divento io, in un altro pronome personale, tu mi raccogli e mi posi su una coperta azzurra che copre l’angolo vuoto della tua cucina, e mi entri dentro, scoprendo, spostando, scavandomi in fondo.

Ed io non so cosa capisca davvero il mio cuore, o tutte le foglie fuori, o le nuvole gonfie sopra il tetto, ogni tavola che ci scricchiola sotto, io non so cosa capiscono davvero le cose, gli organi interni, le orbite degli occhi, ma mi muovo perché mi muovi e dal mio essere così marginale, nell’angolo azzurro, sempre più contro il muro, spinta da te, dalla tua forza, io posso ricostruire, ignorante in tutto ma non nel sangue, il significato della parola Vita.
Nel mio essere finita, insufficiente a contenerti, stretta, corta, piccola, materiale, ossa, conosco, e tocco dal vivo, con la mia bocca, l’immensità, la grandezza.

E so che per amare bisogna prima morire, che per amare te bisogna prima morire.

E senza pensare a niente, senza usare la ragione, mi tengo stretta a questo attimo, affondo le unghie, perché non voglio più andare via.

Non voglio uscire da qui, dall’uscio aperto che si chiuderà di niente alle mie spalle, a cercare l’acqua, come quelle ragazze antiche che vagano per cercare un pozzo, col peso della sete e dei secchi vuoti sulle spalle, pregando di arrivare in tempo.

Non voglio più andare via, perché ho trovato il luogo in cui il tempo è già passato, o in cui siamo noi, il tempo, e se ti allontani io mi avvicino, e se ti avvicini io mi avvicino, perché sono stanca delle distanze, dei paraurti, dei fossi intorno ai castelli. Sono stanca delle porte che si chiudono, delle finestre finte, delle case costruite in mezzo ad altre case. Sono stanca di difendermi, di farcela da sola, dell’indipendenza, della conquista.

Mi tengo stretta, e tremo, e dondolo.
Lo spazio tra di noi, solo quello, mi consuma.
Quello che mi disti mi muore dentro.
Mi svuota il petto.

Luciana Manco
Ph Dana Borbely

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