L’indirizzo

L’indirizzo

Sempre e per sempre, dalla stessa parte mi troverai
Leggi sul WSI

Scavalco le pozzanghere venate di arcobaleno e d’olio, la mia gonna si spalanca come un’ala di farfalla, di velluto, di paura di morire. Ti raggiungo in uno di quei bar raccolti dal vetro, come serre in cui crescono fiori annoiati, e infatti ti vedo mentre attraverso, invidiando il calore che ti spoglia dentro. Entro dalla porta pesante che mi respinge e mi ributta all’interno, mi tolgo cappello, sciarpa, cappotto, mentre struscio col fianco ogni fiore, prima di sedermi di fronte a te.
Sorseggi un’enorme tazza di caffè, le briciole di un biscotto in un piattino. “Hai fatto tardi” dici in un sorriso. “Ho già preso qualcosa”.
“Di cosa volevi parlarmi?” chiedo, sfogliando il menù senza leggerlo.
Pieghi in due un tovagliolino, prendi dalla tasca una penna da due soldi e scrivi un indirizzo stando attento a rendere comprensibile ogni segno.
“È qui”, dici, cliccando sulla carta del tovagliolo come se fosse il tasto che mette in moto il mio tremore. Lo guardo e ti guardo. I tuoi occhi che come sempre danno la precedenza ai miei, aprono la strada a ogni mio pensiero. Mi alzo in piedi, metto in tasca l’indirizzo, esco di corsa, strappando fiori senza cura.
Ti avevo chiesto di aiutarmi quando tu mi hai chiesto di amarti. E ti ho detto che non potevo, che ero nel fondo di un pozzo come quel bambino che ci tenne incollati notte e giorno alla tv.
Mi hai chiesto come avevo fatto a cascarci dentro, e ti ho raccontato delle imbracature strette strette di fiducia che un altro uomo mi aveva avvolto dentro, prima per tirarmi via dal mondo, poi per farmi vincere ogni giorno al calcinculo, spingendomi di promesse verso il trofeo, e quando ormai ero l’indiscussa campionessa, mi ha infilata con forza in questo tunnel sottoterra, dove il buio stringe i polmoni e la fatica spezza le ossa.
E non sono più riuscita a rintracciarlo, per farmi restituire il tempo che ho perso, almeno quello che mi serviva a darmi un contegno, almeno quello che bastava per un respiro.
Sparito – forse mai esistito – con tutti i miei averi, i miei tesori. Con la mia voce, le piante dei miei piedi, i palmi delle mani. Come faccio a spingermi fuori dal pozzo, se sono solo un tronco, un tappo, senza forza.
Allora tu hai cercato di tenermi un millimetro più in su della mia tana non voluta, passandomi aria dal becco per farmi respirare. E io ero piena di riconoscenza, per ogni tuo sforzo, per ogni tuo tentativo. Ma quando lasciavi un istante la presa, quel millimetro sprofondava di un chilometro. Più liberavi il terreno, più mi seppellivi.
Così te ne sei andato, per non illuderci più di aria e luce. Ma sei rimasto sempre, dall’alto, a farmi da scudo. E sapevo che l’avresti cercato, e trovato, che me l’avresti dato in pasto, perché quaggiù muoio di fame. E ora che so dov’è, che nella mia tasca stropiccio il suo indirizzo, corro per raggiungerlo, forse a piedi ci metterò troppo tempo, ma tanto è tempo suo che spreco, cosa mi importa.

Quando arrivo a due passi dalla sua porta mi aspetto di sentire la colonna sonora di una tragedia, il rumore di un tuono che mi attraversa, un frastuono infinito di vendetta.
Invece sento solo due uccellini, la melodia lontana di una canzone lenta, il nastro di vento dietro il mio orecchio. Sento la pace di tutto ciò che è intorno.
Suono d’istinto il campanello, ho un arsenale pronto a fare fuoco, cannoni, carri armati, mitra, cacciabombardieri. Sono la più feroce delle assassine, la più spietata delle creature.
Sbuca sulla soglia, ed è più basso di come ricordavo. Lo sguardo interrogativo, un accenno di sorriso imbarazzato. “Che ci fai, qui?”, chiede tranquillo. Come se non fosse mai stato colpevole.
Cosa ci faccio, qui. Mi chiede e mi chiedo. Passo in rassegna tutti i tradimenti, le foto di quelle donne che ho studiato nei minimi dettagli per crearmi un elenco di difetti che mi facessero sentire meno brutta. Passo in rassegna tutti i messaggi e le chiamate a cui non ha mai risposto, tutte le spiegazioni che mi aspettavo. Tutto scorre nei miei occhi come quando sei vicino alla morte, solo che scorre per riportarmi in vita.
Ma di chi è quella pelle che ho desiderato, che mi è mancata come se fosse mia, strappata con i denti.
Chi è questo uomo qualsiasi in una casa qualsiasi, che va in giro a riempire pozzi di cuori di ragazze, senza sapere nemmeno che nasceranno querce.
E non rispondo niente, indietreggio come se fossi di fronte a un fantasma, volto le spalle e riprendo a camminare.
Verso una serra in cui sboccia un fiore che mangia biscotti al cioccolato mentre mi aspetta, io che volo dentro passi di farfalla che non sa più che cosa significa morire.
E non voglio più nessuna giostra, nessun trofeo, nessuna promessa. Voglio solo che mi vedi uscire da questo pozzo, con le mie gambe e le mie mani tornate intere, che mi vedi nascere di nuovo, impollinata dal tuo amore senza ritorno, dal tuo respiro beccato tra le labbra.
Senza indirizzo perché sei ovunque. Non ti vedevo perché sono una tua parte. In ogni tua parte. Dalla tua parte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *