La mia.

Colpi muti di silenzio nero sulla schiena.
Coperte calde di caldo artificiale.
Abbracciami nel buio di questa stessa sera di tredici anni fa.
Ero senza gola.
Rantolavano i sogni mordendosi le labbra.
In ginocchio come zingari bambini.
Ladri e scalzi, strappati e nudi.
Di quell’amore che non potrò provare io voglio amare.
Mi dicevo tra le ginocchia e il seno.
E piangevo lacrime di lame.
Tremavano le falci,
nell’urlo delle ventiquattro spighe del giorno.
Tu eri già lì.
Aspettavi il fantasma di tuo padre.
Gli alieni occhi di un pianeta di pescatori.
Mordevi le nocche rotte di parole e porte chiuse.
Mi aspettavi.
Mi hai disegnato un abito di carta rossa di caramella.
L’ho fatto scivolare fino ai piedi,
fino a Venere e i suoi mari,
e ti ho amato
una lunghissima notte di mille anni fa
fra mille altre notti la mia.
Ph. Laura Zalenga