Miele rosso rosso.

Miele rosso rosso.

Dammi quello che vuoi, io quel che posso…

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Chiudo la porta di casa con un piccolo calcio all’indietro, mentre mi tolgo la sciarpa e il cappotto, e mi fiondo in cucina. Accendo il fornello, metto a scaldare l’acqua, apro coi denti la bustina del tè. Guardo fuori dalla finestra, mentre sorseggio dalla tazza. Vedo passare il treno, lì sui binari che mi fanno da orizzonte doppio, vedo le luci di Natale sui balconi delle case, e la gente che passeggia stretta in colori gonfi, caldi.La loro testa sotto i cappucci, la nebbiolina timida sui capelli in perline piccolissime, i miliardi di ricordi, i loro Natali passati, negli anni. I regali ricevuti, i regali fatti, i regali mai avuti, i regali mai consegnati. La prima carta colorata da strappare con mani goffe d’infanzia, e la pallina sull’albero che non la smette mai di cadere, la stella sulla punta, la mangiatoia vuota. I miliardi di ricordi, nostri. Che vorrei conoscere, tutti. Sentirli dire, dalle voci, guardarli nuotare negli occhi lucidi. Vorrei sentirmi dire ogni cosa. Raccontarmi i racconti. E poi scriverli, scriverli tutti. Avere millemila mani, e la mia Olivetti, e di nuovo tredici anni, e ricomprare quel regalo che non ti ho mai dato, e che tengo ancora lì, nella bustina rossa, con il nastro adesivo ormai ingiallito, e che non ti dico cos’è per non rovinarti la sorpresa.

Ho preso la mia bicicletta e sono entrata nel negozio, e ho scelto senza avere dubbi, perché sapevo cosa volevi, cosa avevi chiesto al Babbo Natale che nell’adolescenza hai già scoperto non essere mai esistito, ma ne hai una piccola copia in un angolo sempre molto caldo del cuore, e a lui chiedi tutte le cose belle di cui ti innamori, e là le conservi per sempre.

Ho scelto e ho pagato con la colletta dei miei resti della spesa, dei panini non mangiati, delle sigarette non comprate, delle tasche di mia madre, e sono corsa a casa e ho aperto l’armadio per trovare la scatola delle carte da regalo riciclate, e ho scelto la più bella, rossa, liscia, opaca, e un grosso fiocco argento. Ho fatto il mio pacchetto per te, e ho scritto il biglietto con la mia penna preferita. L’ho messo sotto l’albero. Ma poi è arrivato Gennaio, e non sei venuto a prenderlo.

“Se ti tagliassero a pezzetti… ” cantava De André. Be’, io questo regalo, ora, vorrei darlo a tutti. Scendere in strada con il mio sacco enorme, di iuta, pieno degli infiniti pezzetti del tuo regalo, che ti sarebbe entrato in tasca, sì, ma ti assicuro che è davvero tanto, tanto grande, che potrebbe fare felice il mondo, e vorrei sorridere e regalare pezzi, e sentirmi dire no da chi diffida, sentirmi dire sì da chi si fida, vedere andare dritto chi ha paura, farmi stringere in un abbraccio da chi comprende.

E ne darei un pezzettino anche a chi mi odia, perché smettesse di farlo, che quella frase che un po’ ci ha rotto, che a Natale si è tutti più buoni, dovrebbe essere vera, dovrebbe essere vera per legge, perché non puoi odiarmi, non ora. E poi tornerei a casa, chiuderei la porta con un piccolo calcio all’indietro, mentre mi tolgo la sciarpa e il cappotto, e mi fionderei in cucina. Accenderei il fornello, metterei a scaldare l’acqua, aprirei coi denti la bustina del tè.

Guarderei fuori dalla finestra, mentre sorseggio dalla tazza. E vedrei passare il treno, lì sui binari che mi fanno da orizzonte doppio, vedrei le luci di Natale sui balconi delle case, e la gente che passeggia stretta in colori gonfi, caldi. E saprei perfettamente a cosa pensa. Saprei perfettamente cosa pensa, col pezzettino del regalo tuo tra le mani, tutta la gente del mondo, nello stesso istante, penserebbe a te. A questo regalo ricevuto, un regalo mai consegnato. Ed io sarei felice, in quell’istante, saprei scrivere la storia di tutti, con la mia Olivetti e i miei tredici anni, e mi basterebbero le mie due mani.

Poi tutto ritornerebbe come prima, ognuno i suoi ricordi, i suoi pensieri, ma io intanto sarei riuscita a raccontarti, a dirti, come meriteresti, dall’alto di più cuori, che il mio non basta, per darti il mio regalo che è lì, sotto l’albero di infinite case, ad aspettarti, ovunque tu sia.

E tutti ci capiremmo, tutti saremmo felici di vedere le tue mani scartare, la carta rossa, liscia, opaca, che si strappa sotto le tue dita, e il fiocco argento che ti cade ai piedi come la stella cometa, che ti trova, finalmente, e guarderesti il regalo con gli occhi pieni di lucine, e sorrideresti, stringendolo al petto, e diresti “Grazie” mentre noi, tutti, nello stesso momento, ti daremmo un bacio lieve sulla guancia, e tu avresti così tanto amore che saresti costretto a vivere per sempre.

Luciana Manco

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