L’impatto.

L’impatto.

Quanto pesa la paura?

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È incredibile quante cose si riescano a pensare prima di un impatto. Quando il corpo è sospeso tra quello che eri prima e l’asfalto. Cose piccole, a volte senza senso. Come se l’archivio dei ricordi esplodesse, e volassero così, davanti agli occhi, delle immagini a caso. Il libro della Mazzantini, che ho finito di leggere due giorni fa, e io ora sono Angela e volo, mentre il mio scooter fa scintille su un fianco. I fili dei panni nel giardino di casa tua, visti da sotto, mentre giriamo come dervisci, sulle note di Rhythm Is A Dancer. Il vasetto azzurro della mia pianta di basilico sempre secca, azzurro come la vena sotto il tuo occhio sinistro, la suoneria del tuo telefono che ha la mia voce, la sigaretta che mio padre accende quando esce dal lavoro, mia madre che dice “vai piano” quando esco.

Tante immagini, troppe, che ho paura di perderle quando la mia fronte si apre in un taglio sul ciglio del marciapiede, e tutto il mio corpo fa un tonfo sordo, e non pensavo di pesare tanto, quanto tutta la paura del mondo. Poi ricordo le mani, l’onda della barella nel mare della fretta, il mio nome ripetuto, la sirena, l’infermiera che dice “stai tranquilla”. E altre mille cose, un perpetuo sballottamento, di cui non seguo il corso, fino a questo letto, alla fine di un corridoio, dove tutto è bianco e forse posso capire cosa sta succedendo.

E lo capisco bene, fin troppo bene, tutto d’un colpo. Me lo spiegano le ossa, i lividi, le garze, gli aghi. Un coro di allarmi accesi in questa mia puntata di Esplorando il corpo umano, in cui ogni cellula mi parla, mi terrorizza, mi urla qualcosa. E mi sento sola, improvvisamente. Più la gente intorno mi imbecca d’amore, più mi sembra di essere morta giù dal mio nido senza imparare a volare.

Poi tu entri da quella porta, con l’affanno e le guance rosse, i vestiti che avevi in casa. Mi guardi un istante pompando d’aria i polmoni, e mi corri incontro senza dire niente, mentre nei tuoi occhi scuri leggo tutte le tue domande. E io provo a sorriderti, nei rigonfiamenti e i punti di sutura, e penso alla mia faccia che non è più la mia, e spero di non sembrarti troppo brutta. Le tue dita tremano nei graffi delle mie, e in quel momento io ritrovo il nido.

Ho sognato fossero nostri tutti i tetti che ho visto nei miei viaggi in treno, ho desiderato l’eco delle voci nelle strade di ogni città, vederti uscire da un bar con due bicchieri in mano, uno per me, l’altro per te. Ho comprato cene in offerta su quei siti pieni di buoni sconto, perché volevo regalarti l’illusione di una vita vera, quella che fanno gli adulti. Ho riempito salvadanai di monetine per i nostri viaggi, ho scelto il nome del mio cane insieme a te.

E ciò che sogno è che tu possa restare qui, tra le mie dita, sempre. Perché l’intimità, per me, non è solo fare l’amore, ma dirti nei baci sulla fronte tutto ciò che mi fa paura, e farti domande stupide e retoriche, e piangere per niente e liberare cantilene, e chiederti mille volte se mi vuoi, se mi ami come io amo te. Perché l’intimità è, per me, amare il tuo pigiama ai piedi del letto, lo scrosciare dell’acqua, tu che canti male sotto la doccia, la fame che ti viene sempre a metà mattina, il panino che dividiamo sulla panchina del lungomare.

E anche se sono stata appena fatta a pezzi dagli eventi, dentro e fuori, in ogni posto, so che adesso, subito, posso iniziare a guarire, perché tu mi tieni. E questi giorni lunghi, di puzza di disinfettante, di turni di notte, di pranzi e cene iniettati nel mio braccio, quando vorrei soltanto portarti fuori, farti salire sul mio scooter distrutto e guidare a lungo finché tu mi abbracci, questi giorni io non so quanto dureranno. E vorrei chiederti di andare a casa, di stare comoda nel tuo letto caldo, senza doverti vedere rannicchiata, con quelle gambe lunghe come gocce di miele che lecco dal cucchiaio. Ma tu mi dici che sei già a casa, che sei con me, e che ti basta.

Finiranno, presto finiranno, e inizieremo noi, il nostro patto, e non c’è più niente che possa fermarmi, nessun impatto. Finiranno, e io avrò ben chiaro tutto, non sarò così confusa, anche se il fondo del mio quadro sei sempre tu, la colonna sonora, il pavimento, il cielo, il fiato. Ti farò mille domande, ancora, dentro ai baci, come piccole api ghiotte nella corolla.
E non perderò più tempo. Mai più.
Non perderò più il nostro tempo.

Luciana Manco
Ph Laura Makabresku

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