L’immaturo.

L’immaturo.

Si aspettano da te, senza aspettare. Cosa vogliono. Come ti vogliono. Aspettative, senza aspettare.

Hai preso la patente da cinque giorni. Guidi lento su questo viale lunghissimo. Tuo padre sul sedile del passeggero. “Vai avanti”, ti dice. “Non fermarti”, “Non ti fermare”, “Passa”.

Tu ti fermi per far passare, invece, ogni pedone. Ogni umano, ogni cane.
E di ognuno pensi: “e se togliendogli un attimo di attesa, attendendo io, potessi cambiargli la vita? Se quell’istante in più che anticipano sul corso della loro giornata, potesse servire a recuperare il giorno intero, un anno, la vita? A me cosa costa? Quanto costa aspettare per non far aspettare? Perché ci si aspetta da me, sempre, che io mi imponga, che io mi scordi, dell’attesa di un altro? Perché ogni verbo, ogni aggettivo, deve coniugarsi, declinarsi con me e solo con me?  Dove mi porterà questa fretta che mi hanno caricato sulle spalle?”. E mentre ci pensi, ti chiedi se puoi pensare.

“Non fermarti”. Non fermarti, ma tu non sai dove andare. Tu non sai dove devi arrivare. E se lo sapesse questo studente che aspetta di attraversare? Se fosse l’unico a sapere come ci si deve, come ci si può salvare?

Ti fermi, mentre tuo padre parla, mentre tuo padre urla, mentre ti impone di passare. Di andare.
Tu vuoi essere l’ultimo, arrivare alla fine, indietreggiare, se puoi. Tu vuoi smettere di avanzare, di essere un avanzo suo, di scegliere solo il significato che dà lui alle parole. Vuoi interpretare, scegliere, bloccarti, meritarti l’attesa. Vuoi scaraventarti con immobilità nel futuro. Vuoi vedere tutti gli altri che ti passano accanto, che ti passano sopra, che ti calpestano. Vuoi dargli spazio. Vuoi essere spazio. Vuoi essere un intervallo, un respiro, un colpo di tasto vuoto nel bel mezzo del loro dialogo, del loro fluire, del loro schiamazzare. Vuoi inabissarti, dimenticarti, defilarti, essere un guidatore spericolato parcheggiato nel traffico. Uno per cui suona tutta la fila dietro, ma che aspetta finché respira l’asfalto.
Vuoi che lui smetta di dirti cosa fare. Tu vuoi che lui smetta di darti calci in culo per farti proseguire, che lui smetta di compiacersi per i tuoi successi che ti infilano spilli di medaglie nella gola, negli occhi, che ti fondono di ottone il petto d’oro.

Tu vuoi che lui smetta da dove tu inizi a respirare, dalla tua pazienza, dal tuo rispetto, dal tuo amare. Che non gli sembri stupido il fatto che non ti sembra stupido niente. Vuoi che ti permetta di romperti in due, di spalancarti. Di sanguinare. Di raddoppiarti, di moltiplicarti, di eternarti.

Guidi lento, l’interno dell’auto ha assorbito ormai per sempre l’odore del suo dopobarba, che ti chiude il naso e ti spalanca gli occhi, perché a quell’odore associ l’attenzione.
L’attenzione, però, nel suo significato, e non nel tuo, nel tuo che vuol dire dedizione. Ma nel suo, che vuol dire attenzione con il punto esclamativo, che è un segnale d’allarme, una spia rossa che ti indica che stai finendo la benzina, uno sparo per dirti che devi scattare via. L’odore di polvere da sparo sulle sue guance fresche di rasatura. “Vai”, “Vai”, “Vai”.
Frizione freno, frizione e piccolo tocco di acceleratore. Le ruote dell’auto fanno un giro completo ogni minuto. Sembra che nel vostro abitacolo, sulla carrozzeria, nel motore, la tua immobilità avesse danneggiato il tempo, in maniera irrimediabile, che invece di proseguire, tutti, di andare ognuno per la propria direzione, qualcosa stesse facendo retrocedere le nostre esistenze, qualcosa stesse togliendo l’olio dagli ingranaggi, ci stesse riportando alle impostazioni di fabbrica.

“Ma cosa fai, ma cosa stai combinando?” ti dice, graffiandoti con la sua voce spinosa, conficcandoti dubbi, insicurezze, nel braccio destro che non ingrana mai una marcia, che stringe forte il pomello del cambio, che lui ha stretto di rabbia seimila volte, settemila, tutte le volte. Lo senti appiccicoso di miseria umana, di distanza, di differenza, di incomprensione. “Ma vuoi far passare tutti? Ma sei scemo?”.

Vuoi far passare tutti. Vuoi far passare tutti. Sei scemo. Perché attendi con lui accanto, senza sapere come liberarti, da questo senso di appartenenza primordiale, che ti fa sentire vecchissimo, ma che per riflesso ti spinge indietro, in una forma embrionale, quando non eri ancora suo figlio, ed appartenevi a tutti, senza avere cognome. Quando non ti chiamava immaturo, perché non ti aveva ancora dato un nome. E retrocedi, metti la retromarcia, con il suo pomello corroso dalla sua incapacità di compenetrarsi, di ascoltare. Metti la retromarcia, quando la fila dietro è scomparsa gettandoti colpi di clacson sul finestrino, ad ogni passaggio, gettandoti insulti, mani in tensione, silenziosi rimproveri della consistenza di un vetro sottilissimo che attraversa i vetri, per ferirti con tutta l’intenzione di farlo. Ingrani la retromarcia,  e torni indietro, indietro, indietro, ti accosti al vuoto di un incrocio ampissimo, di un vuoto cosmico.

“Scendi”, dici. Nei vagiti delle tue prime parole da uomo, delle tue prime parole da adulto. “Scendi”, ripeti. Fermo. Fermo.
“Scendi, sbrigati, che devo andare.”

Scritto per Satelliti, programma radio su RKO di Emiliano Picciolo.

Ascolta “Satelliti ST.2 PT.5 – L’Immaturo – 16/02/2021” su Spreaker.

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