La storia del tuo bicchiere.

La storia del tuo bicchiere.

Sono dove siamo nati

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Potrei raccontare avventure straordinarie, vissute con te. Aneddoti incredibili, paesaggi mai visti, viaggi lunghissimi intorno al mondo. Con te ho fatto tutto, anche quello che non è stato ancora pensato.
Ma ci sono storie inenarrabili che solo alcuni angoli di questa corpo sanno.
Te ne racconto una, in gran segreto, perché tu possa ricordarla e ricordarmi sempre.

La storia del tuo bicchiere.
Non ridere.

La storia del tuo bicchiere la raccontano gli occhi, le mie dita, e poi le mie labbra.
Una storia stupida, come stupide sono tutte le cose che facciamo per provare a salvare dal tempo un ricordo. Come tutte le cose che facciamo sotto l’effetto dell’amore.
La prima volta che sei stata qui abbiamo mangiato gelato e bevuto acqua. Non sapevo che saresti venuta, e dal mio frigo semivuoto ho salvato solo quelle due cose.
Dei nostri baci ricordo il fresco dell’impatto, che si scioglieva lento nel calore del tuo interno, la lingua rosa ancora più rosa del sapore di fragola, il tuo respiro e la saliva bruciante, un piccolo geyser che mi sollevava da terra.
Avremmo voluto fare subito l’amore, lì, sul divano, ma ce ne siamo dimenticati. I baci non riuscivano a finire, e poi ci siamo addormentati. Mi hai abbracciato, la tua testa sulla spalla. Ho decontratto i muscoli che mi tendevano verso te, e mi sono abbandonato, sotto il tuo peso senza peso.

Ci siamo svegliati senza sapere come e nello stesso istante. Non abbiamo guardato l’orario, ci siamo solo stiracchiati come gatti e ci siamo sorrisi, in silenzio.
Poi tu hai detto: “Vorrei fare una doccia”. Ma a casa mia la doccia non funziona, quindi ti ho detto che magari avresti potuto fare un bagno. E tu sei stata molto contenta, perché tu a casa non hai la vasca, e sei corsa a riempire la mia. Hai preso una di quelle bombe da bagno che mi hanno regalato e che non ho mai usato, e che fanno l’acqua colorata e tutta piena di bollicine. L’hai immersa e ha iniziato a sciogliersi con una gran festa frizzante. Il tuo sorriso mi faceva lo stesso effetto.

Quando hai iniziato a spogliarti io ho iniziato ad avvicinarmi alla porta per uscire, e tu mi hai detto: “Porta l’acqua”, dando per scontato che sarei ritornato.
E così ho fatto, sono ritornato con il tuo bicchiere d’acqua nella mano, e tu eri già dentro la vasca, e mi hai detto: “Sbrigati che frizza ancora”.
Mi sono tolto tutto in un secondo, e sono entrato dentro, rannicchiando le gambe di fronte alle tue gambe rannicchiate.
E tutto quello che poi è successo lo ricordo lento e caldo, come se ci accogliesse un ventre materno, come se tu fossi il cordone da cui respiro. E le tue gambe mi insegnavano il nervo, la forza, la tua presenza gemella ti rendeva necessaria.

E il giorno dopo tu non c’eri, ed io ho rifatto il bagno, da solo, che mi sembrava di non reggermi a galla. Nelle mille bolle di un’altra bomba, che sembrava esplodere, stavolta, di mancanza.
E prima di chiudere gli occhi, per ritrovarti, con le gambe rannicchiate a farti spazio, ho visto il tuo bicchiere pieno, all’angolo, al margine esterno della vasca.
E mi è sembrato un marchio, il sigillo, il segno che tu c’eri. L’acqua che hai bevuto e nella quale io ho nuotato tra le tue labbra. Lo spazio colmo della nostra nascita, accarezzata dalla schiuma.
Ho sfiorato la plastica che niente ha a che fare con la tua pelle elastica, le zigrinature trasparenti che somigliavano alle tue costole in miniatura. E ad ogni bollicina che esplodeva sotto il mio tocco, prendevo un grammo di respiro, nell’apnea della distanza.

E questo gioco a rincorrerti fino a prenderti, e poi a berti, è durato il tempo di cinque sorsi, contati con le contrazioni della mia gola, come un pianto al contrario per rendermi felice, come un suono gutturale del neonato che non riconosce la vita pur essendo la vita.
Quando tornerai il bicchiere sarà vuoto, perché ha colmato me di ossigeno.
Non farmi aspettare troppo, non farmi aspettare il tempo che aspettano gli uomini normali, per un ritorno. Io non sono più qualcosa che ti è secondario, un conoscente, un passante. Sono la parte che a te manca per essere ciò che adesso sono.
Ti aspetto, senza acqua, sono in travaglio, e se non torni muoio.

Luciana Manco
Ph. Berber Theunissen

4 Replies to “La storia del tuo bicchiere.”

  1. Semplicemente straordinario. Di solito scrivendo d'amore è facile scivolare nel banale o nella volgarità se si aggiunge (male) il sesso. Qui niente di tutto questo accade, ma si sente un'emotività rarefatta, un'intensità dirompente, una malinconia che ti avvolge e la voglia di respirare ancora quei momenti.

  2. Semplicemente straordinario. Quando si scrive d'amore si può cadere nella banalità o nella volgarità se si inserisce il sesso. Qui c'è emotività rarefatta, intensità che travolge, malinconia che ti avviluppa e voglia di respirare ancora momenti come quelli.

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