Biciclette e treni.

Biciclette e treni.

Respiro e battito.

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È stato il giorno in cui ho imparato ad andare in bicicletta che ho realizzato che tutto quello di cui avevo bisogno per vivere erano respiro e battito. Potevano essere rotti da un’emozione, dalla paura, dall’amore, dalla fatica, dall’angoscia e sarebbe stato meglio non cadere.
Mio padre mi ha insegnato a prendere il volo senza darmi lo slancio, come si vede nei film.
Non mi ha accompagnata correndo, tenendomi ben salda dalla sella, per poi lasciarmi andare una volta trovato l’equilibrio.
Mi ha prima insegnato a smontare le rotelle, a svitarle con tutta la forza che avevo. Poi si è allontanato, distante pochi metri, che a me sembravano chilometri, e mi ha detto: “Vieni qui.”.

Così io ho cercato di capire la giusta angolazione del pedale per produrre la spinta necessaria a farmi partire. Muovevo il piede su e giù, variavo di pochi centimetri il tocco, poi spingevo, facevo mezzo metro e rimettevo i piedi a terra. Mio padre sempre lì, fermo, ad aspettarmi. Non mi incitava, non mi aiutava, niente. Restava lì, sotto il sole cocente di giugno, come la meridiana della mia vita che segna sempre l’ora più bella, l’ora del riposo. E più provavo a pedalare, e più mi concentravo sul mio cuore, sul mio respiro, sulla fragilità che scoprivo come una premonizione terribile.

Da quel giorno, per tutta l’estate, non ho mai smesso di correre in bici, non ho mai smesso di avere paura. È a quel giorno che penso, oggi, che ho deciso ad imparare a perdonarti. Tolgo a fatica ogni piccolo sostegno, ogni sbarra di ferro, che mi aiuta a stare al mondo, che sorregge la mia caduta, sotto il peso deformante del vuoto che hai lasciato. Smonto le parole di circostanza, le frasi fatte, le pacche sulla schiena. Mi metto di fronte a te, senza equilibrio, e tu lontanissima, e sei una meridiana, tu, che non ha mai funzionato, che ha sempre contato le ore perse, le ore rubate, le ore contate.

E cerco di trovare un equilibrio, tra respiro e battito, tra i due motivi per vivere di cui io sono fulcro, parte stabile di questa bilancia, e faccio passetti per perdonarti, per porgerti ancora le mie guance, che hai ferito di carezze tolte. E rimetto i tuoi debiti, che si contano sulle dita della mia vita, e mi rimetto in piedi, e ti lascio lì al sole, ad asciugarti di tutta la mia rabbia, di nuovo pulita, fresca, mai più mia. E anche se muoio di paura, anche se vedo la caduta come una minaccia costante che mi sfiora le tempie, ti concedo il mio perdono, nel vano tentativo di fare eco nel vano del tuo cuore.

Uscirò, andrò a brindare, a bere vino rosa senza pensare alla tua bocca, riderò sguaiata, mi muoverò al rallentatore, felice, i miei capelli al vento, depurata dal mio rancore, leggerissima senza più la valanga infame della tua perdita nella mia pancia. Sarò un frame di un film bellissimo che parla di gioia. Che finisce con te che vai via senza lasciare un minimo di ricordo, come un treno che passa e non è il mio, che è sul binario opposto, ed io nemmeno lo vedo perché guardo dall’altra parte, perché aspetto il suono, le luci, il muso di quel treno che invece è il mio, come nelle migliori metafore delle occasioni da prendere, da non perdere, ed io lo aspetto che ho già tutto quello che mi serve, respiro e battito, perfettamente in equilibrio.

E salirò rapida, cercherò il mio posto, ed è un treno freschissimo, e devo solo stare seduta, comoda, non devo prendere nessuno slancio, nessuna spinta, non devo pedalare. Devo stare morbida, rilassata, col tempo scandito dalla voce registrata, senza meridiani, senza sole cocente ad ardere gli occhi.

Ma so già, benissimo, come andrà a finire, perché sono vittima di questo maleficio che ho morso dalla tua carne, che mi vedrà morire per mano tua, ancora una volta, perché non posso salvarmi, perché non ho mai fatto il biglietto per questo treno perfetto, ma per quello che ho perso e che perderò per sempre, e mi sbatteranno via, giù, alla prossima stazione, ed io continuerò a maledirti, ad odiarti, e ogni volta andrò a chiedere un biglietto per la tua corsa, e sempre mi metterò in un angolo ad aspettarti, per vederti andare via, sbagliare treno e ricominciare senza mai una fine.

E anche se ho imparato ad andare in bicicletta, e anche se ho imparato a perdonarti, il mio respiro, il mio battito, li riaccendi tu, ogni volta che passi dalla mia fermata senza fermarti.

Luciana Manco

Ph. Angie López

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